Essere autorevoli o esercitare il potere?

urlare per essere ascoltati?

Un po’ di ricerca, un po’ di studio, alcune riflessioni…su questo si è formato, ha discusso, si è confrontato negli anni il gruppo degli operatori scuola. Vogliamo condividere alcune di queste righe e, magari, confrontraci. Saper essere educatori, badare ad un gruppo, avere delle responsabilità nei confronti di altri, essere “a capo” di un qualcuno o qualcosa non è facile: il rischio è l’esercizio del potere, l’urlare le proprie posizioni, l’incutere il timore e l’obbligare all’obbedienza…senza capire che non v’è mostra migliore di fragilità!

Due righe quindi …

A partire dalla leadership… per arrivare all’animazione

di Laura Elia

La parola “leadership” compare nella lingua inglese solo intorno al 1800. Passarono poi 100 anni perché i primi sociologi la ritenessero argomento di studi. Ma in questi ultimi 50 anni si è fatto davvero molto, quasi a recuperare il tempo perso.[1]

Sembrerà superfluo notare come un buon numero di persone viva una parte considerevole della propria vita in gruppo; ma forse meno scontato è fermarsi a riflettere su come un leader possa costruire o distruggere un gruppo, che questo gruppo sia una realtà consolidata nel tempo (un gruppo di lavoro, una famiglia, un contesto di tipo ricreativo o educativo), o che si tratti di un gruppo incontrato in esperienze di breve durata (animazioni, riunioni, brevi corsi formativi…). “Se assumere la leadership di un gruppo diventa una brutta esperienza, è quasi sempre a causa della inefficacia del leader stesso”[2].

Uno dei migliori modi per intendere un leader è immaginare una persona, in qualche modo alla guida di un gruppo, che cerchi di soddisfare i propri bisogni e quelli del gruppo, senza creare dei perdenti, attraverso il principio di partecipazione che porta l’educando ad essere educatore allo stesso tempo e viceversa. Alla base di questo rapporto non può esservi che il dialogo. Siamo purtroppo abituati ad una visione “depositaria”; il ricordo del  rapporto con alcuni leader del nostro passato (genitori, ma più spesso insegnanti, animatori, educatori…) ci porta a delle figure che elargivano a noi, meri contenitori, varie nozioni, vario sapere. Questa cultura anti-dialogica, depositaria dell’educazione ha impostato delle figure di leader che, volenti o nolenti, creano i presupposti per dominare coloro con cui lavorano o vivono.

Particolarmente interessanti, in merito, risultano essere alcuni passaggi di Paulo Freire sull’argomento:

“nella visione ‘depositaria’ dell’educazione, il sapere è una elargizione di coloro che si giudicano sapienti, agli altri, che essi giudicano ignoranti.

[…] Infatti si basa su una serie di postulati che richiamano un tipo di rapporto ‘verticale’:

a) l’educatore educa, gli educandi sono educati;

b) l’educatore sa, gli educandi non sanno

c) l’educatore pensa, gli educandi sono pensati

d) l’educatore parla, gli educandi ascoltano docilmente[3]

Se sostituiamo, ai fini della nostra riflessione, alla parola “educatore” quella di “leader” ci accorgeremo che troppo spesso i requisiti delle figure che coordinano, a vario titolo, dei gruppi finiscono per essere quelle sopraelencate.

Ogni educatore o leader dovrebbe porsi in una situazione di dialogo vero con il gruppo; quel dialogo che si basa sulla parola quale frutto di pensiero e azione assieme. Non quella parola vuota, quel “bla, bla” che mira solo a mostrare il nozionismo arrogante di chi detiene il potere; ma quella parola vera, umile, che si confronta, che parte dalla riflessione collettiva per programmare un’azione collettiva. “Non è nel silenzio che gli uomini si fanno, ma nella parola, nel lavoro, nell’azione-riflessione […] parlare non è privilegio di alcuni uomini, ma diritto di tutti gli uomini”[4].

Alla base di questo modo d’intendere e di agire un gruppo, non può che esserci una grande fiducia nell’uomo, nel suo potere di fare e di rifare; e per avere fiducia e concretizzarla non si può prescindere da un sentimento: quello dell’amore. Schiavi del logorio che il mondo fa di questo termine, troppo spesso rinunciamo ad utilizzarlo in certi contesti: eppure non possiamo prescinderne se si desidera che il rapporto tra un leader e il suo gruppo, tra un educatore e i suoi educandi sia un rapporto vero e costruttivo.

Con “il rischio di sembrare ridicolo”[5], il leader deve partire dal presupposto che non esiste dialogo con un gruppo, se non si è capaci di essere innamorati del mondo e degli uomini.

Possiamo riassumere dicendo che pilastri di un agire proficuo, per chi si trova nella situazione di gestire un gruppo, sono il dialogo, la fiducia, l’amore, l’umiltà (come posso dialogare, infatti, se mi ritengo detentore di un’elitaria verità o se temo il superamento?) e la speranza. “Se i soggetti del dialogo non sperano nulla dal loro ‘che fare’, non ci può essere dialogo. Il loro incontro è vuoto e sterile. E’ burocratico e noioso.”[6]

Si è detto che leader di un gruppo può anche voler dire gestire un gruppo che non si conosce, con un’attività di breve durata. Ed ecco allora il filo rosso che collega le nostre riflessioni al ruolo di animatore all’interno del mondo scolastico.

Si dovrà partire dalla consapevolezza che animare non significa fare dei giochini carini, ma animare significa etimologicamente “dare un’anima”. E sarà chiaro come sia impossibile entrare in una classe con l’obiettivo di “donare un’anima” ai ragazzi, senza partire dai pilastri del dialogo, della fiducia, dell’amore, dell’umiltà e della speranza.

Nell’ottica poi della lotta alla radicalizzata cultura anti-dialogica depositaria del sapere, un bravo animatore dovrà impegnarsi a “far fare più che a fare”[7] partendo dal vero ascolto delle esigenze dell’altro e suggerendo, con forza e umiltà, dei percorsi che ravvivino e stimolino la liberazione dell’utente attraverso l’espressione delle proprie caratteristiche, del proprio sentire e desiderare.

Quando si affrontano i problemi di leadership all’interno di contesti aziendali, ci si sofferma spesso sulla questione, delicata ed importante dell’uso del potere. Anche alle nostre riflessioni può tornare utile fare alcuni passaggi in questa direzione.

Si parta, ad esempio, da una definizione, a mio parere efficace, del termine “potere”, fornita da T. Gordon, psicologo clinico americano, fondatore e presidente dell’Effectiveness Training Associates, un istituto i cui programmi di training per genitori, insegnanti ed educatori sono realizzati in tutto il mondo:

“Una persona ha il potere quando possiede i mezzi per deprivare altri di qualcosa di cui hanno bisogno. Il reale esercizio del potere riguarda azioni che costringono altri a comportarsi in un certo modo a dispetto della loro opposizione – li costringe a fare insomma, qualcosa che non avrebbero mai fatto […]. Un’altra fonte del potere deriva dall’avere i mezzi per dare agli altri ciò di cui hanno bisogno in cambio dell’accettazione dei desideri della persona che ha il potere […]. Le punizioni e i premi, allora, sono le fonti da cui deriva il potere di una persona […]. Quanto più esso viene usato, tanto più forte sarà la paura dei membri del gruppo nei confronti del leader.”[8]

Queste considerazioni possono effettivamente sembrare scollegate, o comunque molto lontane, dalle situazioni proprie di un’attività di animazione educativa di breve durata. Eppure, a chi ha già provato questo tipo di realtà, certo non sfuggirà come si possa spesso cadere in esercizio di potere nel momento in cui una certa situazione rischia di sfuggire di mano portando al caos se non al fallimento totale dell’attività proposta o dei messaggi che s’intendono lasciare.

Il dubbio che si pone, immediatamente, ai ragazzi nel momento in cui degli animatori si presentano all’interno della classe è dove inserirli all’interno delle loro caselle concettuali: vicino agli insegnanti (e quindi, solitamente, in quei meccanismi di punizione, premiazione usuali) o dove? Ed ecco dove si gioca davvero tutto; dove l’animatore, il leader, attraverso la disponibilità all’ascolto, attraverso una sana comunicazione, attraverso l’autorità condivisa della sua figura (ben diversa, si noti, dall’esercizio del potere che si applica, solitamente, quando l’autorità non è condivisa), attraverso tutto quanto s’è detto prima (dialogo, amore, fiducia, speranza), porta gli animati ad una liberazione dagli schemi, all’apertura verso l’esperienza e i messaggi che si propongono, alla dimensione critica e partecipativa (sempre a discapito della non-partecipazione indottrinante).[9]

Nello specifico, l’operatore di AVIS-GIOCO avrà degli strumenti specifici da utilizzare con l’obiettivo di muovere gli animi nella direzione di riflessioni profonde sui valori del dono, dell’incontro verso l’altro, del vivere nell’impegno sociale, della cooperazione nella logica della mediazione dei conflitti.

Il rischio, nonostante lo strumento ludico non ne determini le premesse, è che il tutto si traduca in una classica “lezione di catechismo” di chi, forte di un sapere e “bravo” perché capace di certi comportamenti, trasmette a tanti piccoli contenitori cosa si deve o non si deve fare.

Utili per suggerire invece altre strade possono essere alcune considerazioni di Don Milani:

occorre “avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.

A questo patto l’umanità potrà dire di aver avuto in questo secolo un progresso morale parallelo e proporzionale al suo progresso tecnico.”[10]

Se pure le parole di Don Milani erano in particolar modo riferite al problema dell’obiezione di coscienza in contesti militari, non si potrà far a meno di notare la loro forza di contenuto nel messaggio che spinge l’educatore a responsabilizzare l’educando, a sentirsi protagonista delle proprie azioni e non contenitore obbediente di imposizioni altrui.

I programmi scolastici, che troppo spesso obbligano i docenti a corse frenetiche per la conclusione di percorsi rigidi e importanti, hanno di frequente scarnificato il ruolo della scuola come co-protagonista di formazione, di educazione; il fatto che molti insegnanti aprano le porte ad interventi come questi, proposti dall’AVIS, suggerisce che vi sia la necessità di una collaborazione in questa direzione.

“Se l’interpretazione modulare di programmi ha reintrodotto la trasmissione dei contenuti e inaridito la scuola, i docenti più sensibili possono introdurre nella scuola il senso della partecipazione e della socialità. A scuola i bambini possono imparare  a vivere ogni giorno da cittadini liberi e responsabili. Alla filosofia del consumismo e dell’arrivismo noi possiamo contrapporre la collaborazione, la cooperazione, la solidarietà, la non-violenza. Se riusciamo a collaborare […] riusciremo a creare anche per i bambini il clima ottimale nel quale sentiranno se stessi protagonisti, gli altri come amici, e la diversità come arricchimento.”[11]

Credo che, al di là della tipologia d’intervento, sia proprio questo il fulcro di ciò che ad un operatore viene richiesto: che esca dai rigidi schemi del leader tradizionale, dell’insegnante tradizionale, perché possa dialogare, con amore, speranza e fiducia con i ragazzi rendendoli capaci di critica e vogliosi di cambiare il mondo partendo dalla sofferenza e dall’oppressione.


[1] Da T. Gordon “Leader efficaci”, La Meridiana Edizioni, pag.9, Molfetta, 1997

[2] T. Gordon, opera citata, pag.14

[3] P. Freire “la Pedagogia degli Oppressi”, EGA Edizioni, pag, 59, Torino, 2002

[4] P. Freire, opera citata, pag 78

[5] E. Guevara “Nella fucina del socialismo”, III Volume delle Opere, pp.21-22, Feltrinelli, Milano, 1968

[6] P. Freire, opera citata, pag. 82

[7] M. Cassanmagnago, F. Ravot “Il Metodo Albicocca”, pag.18, La Meridiana Edizioni, Molfetta, 2001

[8] T. Gordon, opera cit., pp. 90-91

[9] K. Jefferys-Duden “Mediatori efficaci”, Ed. La Merdiana, Molfetta, 2001

[10] Don Milani in una lettera aperta ad alcuni cappellani militari sugli obiettori di coscienza, febbraio 1965

[11] M. Lodi editoriale di presentazione alla ristampa di “Il Paese Sbagliato”

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